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Dalle pianure dell'Asia centrale agli scaffali dei negozi moderni, la canapa indiana ha attraversato i millenni segnando profondamente la storia delle civiltà umane. Ecco la sua epopea.
La Cannabis sativa — soprannominata canapa indiana — è coltivata da quasi 10.000 anni.Originaria dell'Asia centrale, ha accompagnato le grandi civiltà come pianta tessile, alimentare e per il benessere prima di essere proibita nel XX secolo, per poi essere riscoperta oggi attraverso i suoi cannabinoidi naturali come il CBD.
La canapa è tra le prime piante addomesticate dall'umanità, circa 10.000 anni fa, nelle steppe dell'Asia centrale.
La storia della canapa indiana inizia molto prima della scrittura. Ricerche archeologiche e paleobotaniche collocano l'origine della Cannabis sativa negli altopiani dell'Asia centrale, nella regione che comprende l'attuale Kazakistan, la Mongolia e il nord della Cina. Questa zona, attraversata da immense steppe e catene montuose, offriva alla pianta condizioni ideali per sviluppare la sua resistenza e la sua diversità genetica.
Gli scavi hanno portato alla luce semi di canapa carbonizzati risalenti a più di 8.000 anni prima della nostra era in siti neolitici. I popoli nomadi di quell'epoca compresero rapidamente la straordinaria versatilità della pianta: le sue fibre servivano per realizzare corde e tessuti, i suoi semi fornivano una preziosa fonte di nutrimento e le sue infiorescenze erano già associate a rituali tradizionali.
La canapa si diffuse lungo le nascenti rotte commerciali — ben prima della Via della Seta — portata dalle migrazioni umane. La sua rusticità le permetteva di adattarsi a climi molto diversi, il che spiega la sua rapida presenza in regioni lontane come l'Europa occidentale e il Medio Oriente. Il cannabidiolo (CBD), uno dei principali cannabinoidi naturalmente presenti nella pianta, faceva già parte di questo profilo chimico senza che gli antichi ne conoscessero la precisa composizione molecolare.
È in Asia che la canapa ha vissuto i suoi primi momenti di gloria documentati. Tre grandi civiltà hanno plasmato gli usi tradizionali della pianta: la Cina imperiale, l'India vedica e i popoli delle steppe dell'Asia centrale.
La canapa appare nel Pen Ts'ao, uno dei più antichi erbari conosciuti, attribuito all'imperatore Shen Nong. Viene utilizzata per le sue fibre tessili — i primi tessuti di canapa — e per la produzione della carta fin dal II secolo.
Le Veda, testi sacri indù, menzionano la canapa tra le cinque piante sacre. Sotto il nome di bhang, accompagna alcune pratiche rituali e spirituali, in particolare nelle feste in onore di Shiva.
Gli Sciti, popoli nomadi descritti da Erodoto, bruciavano semi di canapa nelle cerimonie funebri. Gli scavi nelle tombe scite hanno confermato l'uso rituale diffuso della pianta.
L'Atharva-Veda indiano descrive la canapa come una pianta calmante, capace di accompagnare il ritorno alla calma. Questa dimensione del benessere, trasmessa oralmente e poi per iscritto per secoli, testimonia una notevole conoscenza empirica delle proprietà della pianta. È in India che il termine «canapa indiana» trova d'altronde le sue radici, indicando storicamente le varietà di Cannabis sativa coltivate nel subcontinente.
La canapa attraversa i confini dell'Asia per raggiungere il bacino del Mediterraneo. Le civiltà antiche del Mediterraneo integrano rapidamente la pianta nelle loro attività quotidiane, che si tratti di tessile, marina o benessere.
Tracce di polline di canapa sono state identificate nella mummia di Ramses II. Gli egiziani utilizzavano la pianta per realizzare corde da navigazione, tessuti e alcuni balsami applicati localmente per usi topici — un uso cosmetico tradizionale i cui principi ispirano ancora oggi alcune formulazioni moderne.
Lo storico Erodoto descrive con precisione i rituali sciti legati alla canapa nelle sue Storie (V secolo a.C.). Ippocrate e Dioscoride menzionano la pianta nei loro trattati, associandola a usi legati al comfort generale e all'attenuazione di alcune tensioni corporee.
Roma coltiva la canapa su larga scala. Le vele e le cime della flotta imperiale sono ampiamente fatte di canapa — la parola francese «toile» deriva d'altronde dal latino tela, che indicava spesso questi tessuti di canapa. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, dedica diversi passaggi alla pianta e ai suoi usi agricoli, tessili e per il benessere.
Dal V al XVIII secolo, la canapa diventa una delle piante economiche più strategiche d'Europa. La sua versatilità la rende un pilastro dell'economia medievale e un'importante risorsa militare per le potenze marittime.
In questo periodo, non si distinguono ancora le varietà tessili dalle varietà per il benessere: è la stessa Cannabis sativa che fornisce le fibre, i semi per l'olio alimentare e le infiorescenze utilizzate in alcune preparazioni tradizionali. La conoscenza dei composti attivi come il CBD rimane empirica, trasmessa di generazione in generazione da giardinieri, erboristi e praticanti.
Il XIX secolo segna un punto di svolta decisivo. Le spedizioni napoleoniche in Egitto e la colonizzazione britannica in India riportano in Europa una conoscenza approfondita degli usi tradizionali della canapa indiana. È l'età d'oro dell'esplorazione scientifica della pianta.
Nel 1839, il medico irlandese William O'Shaughnessy, in servizio a Calcutta, pubblica uno studio pionieristico sugli usi tradizionali della canapa indiana. I suoi lavori descrivono in dettaglio le varietà indiane e aprono la strada a più di un secolo di ricerca occidentale sulla pianta. Il termine Cannabis indica entra allora nel vocabolario scientifico europeo.
Verso il 1845, a Parigi, un circolo di scrittori e artisti — Charles Baudelaire, Théophile Gautier, Honoré de Balzac, Gérard de Nerval, Eugène Delacroix — si riunisce regolarmente all'Hôtel Pimodan sull'isola di Saint-Louis. Questo Club degli Hashishin testimonia la fascinazione intellettuale francese per la pianta nel XIX secolo. Baudelaire ne trae pagine notevoli in Les Paradis Artificiels.
Per tutto il XIX e l'inizio del XX secolo, la canapa figura ufficialmente nella farmacopea francese, britannica e americana. Viene commercializzata in varie forme da grandi case farmaceutiche dell'epoca (Parke-Davis, Squibb, Eli Lilly). Questa presenza ufficiale, totalmente dimenticata oggi, durò quasi un secolo.
La proibizione della canapa nel XX secolo non si spiega con nuove considerazioni sanitarie, ma con un insieme di fattori politici, economici e industriali avvenuti tra il 1920 e il 1960.
All'alba del XX secolo, la canapa sembra avere un futuro radioso. La prima copertina della rivista Popular Mechanics di febbraio 1938 la presenta persino come la «nuova pianta da un miliardo di dollari», grazie alle innovazioni nel trattamento industriale delle fibre. Eppure, in pochi decenni, la pianta verrà vietata nella quasi totalità dei paesi occidentali.
Durante questo mezzo secolo di proibizione, la ricerca scientifica sulla canapa è congelata nella maggior parte dei paesi. Solo nel 1964 il chimico israeliano Raphael Mechoulam riesce a isolare e caratterizzare il THC, principale composto responsabile degli effetti psicoattivi. Qualche anno prima, nel 1940, un altro composto importante era stato identificato: il cannabidiolo — in altre parole, il CBD — senza suscitare all'epoca l'attenzione che merita.
Gli ultimi trent'anni segnano un cambiamento spettacolare. Sotto la spinta della ricerca scientifica, della pressione economica e dell'evoluzione delle mentalità, la canapa torna gradualmente nella quotidianità — questa volta in una forma ripensata, regolamentata e tracciata.
A partire dal 1988, i ricercatori identificano i recettori CB1 e CB2 nel corpo umano e comprendono che l'organismo produce naturalmente i propri cannabinoidi (gli endocannabinoidi). Questa scoperta fondamentale, il sistema endocannabinoide, apre una nuova era di ricerca sulle interazioni tra la pianta e il benessere umano.
Già negli anni Novanta, diversi paesi europei — Francia, Germania, Paesi Bassi, Italia — riautorizzano la coltivazione di varietà di canapa a basso contenuto di THC per usi industriali, alimentari e tessili. La Francia torna ad essere uno dei maggiori produttori europei, in particolare grazie a storiche cooperative dell'Aube e della Sarthe.
A partire dagli anni Duemila, il CBD emerge come un cannabinoide non psicoattivo di grande interesse, distinto dal THC. I quadri legali evolvono rapidamente: negli Stati Uniti, il Farm Bill del 2018 apre la strada. In Francia, una sentenza del Consiglio di Stato di dicembre 2022 conferma che il CBD è legale in Francia, a condizione che il tasso di THC sia inferiore allo 0,3%.
Il CBD si declina oggi in numerosi formati: prodotti CBD di qualità derivati da fiori selezionati, oli, infusi, capsule, cosmetici. Gli utilizzatori vi cercano un sostegno nella quotidianità — che si tratti di gestire l'ansia, accompagnare i disturbi del sonno, o portare un conforto in caso di dolori lievi e passeggeri.
La canapa del XXI secolo non somiglia affatto a quella del Medioevo dal punto di vista della tracciabilità. I produttori europei coltivano ormai varietà iscritte nel catalogo comune, sono sottoposti ad audit e i loro raccolti vengono analizzati in laboratorio per garantire il rispetto delle soglie legali. Le norme europee impongono trasparenza sui profili cannabinoidi e sull'assenza di contaminanti — un livello di esigenza senza precedenti nella storia della pianta.
La canapa indiana non è una «tendenza» recente: è una delle piante più antiche dell'umanità. La sua rinascita moderna non è che un nuovo capitolo di una storia di 10.000 anni — ora sostenuta dalla scienza, dalla tracciabilità e dall'esigenza di qualità.